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Cantine Giacomo Mori, Palazzone (Siena)

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Cantine del Redi, Palazzo Ricci, Montepulciano

Da buona amante del vino ho visitato numerose cantine in Toscana e sono abituata a vederle circondate dai vigneti o in cima ad un poggio rivolte all’ ingresso della tenuta da dove arrivano i trattori colmi di uva in tempo di vendemmia. Negli ultimi anni ho assistito ad una crescente moda da parte dei viticoltori di trasformare le proprie cantine in opere di architettura contemporanea, tra cui gli esempi più illustri con i Marchesi Antinori a Bargino e Petra a Suvereto.
Ed è proprio quest’ultima che più di avvicina all’esperienza che voglio raccontarvi. Le cantine di Petra infatti sono state costruite all’ interno di una collina che le sovrasta con i propri vigneti. L’interno somiglia ad una sorta di caveau, dove si allineano nella penombra lunghe file di barrique.
DSC06075La Toscana in realtà possiede un’antica tradizione nell’utilizzo di spazi sotterranei per la conservazione degli alimenti e dell’olio, per la temperatura costante in estate ed inverno. L’invecchiamento del vino invece è una tecnica relativamente recente, che non interessava la nobiltà del medioevo o ancor prima dell’antica Roma. Molto spesso i granai delle antiche dimore, piuttosto che le stalle sono stati convertiti in cantine, come ad esempio presso la villa Varramista nei pressi di San Miniato.
La storia che vi racconto riguarda due cantine con origine diversa ed in luoghi diversi, accomunate dalla presenza di barrique e botti in rovere conservate in grotte di tufo e precisamente nel borgo di Palazzone vicino Siena ed a Montepulciano.
Le Cantine Giacomo Mori si trovano in un minuscolo paesino al confine tra Toscana e Umbria. La frontiera è infatti tradita dall’accento vagamente umbro del Sig. Mori. Qui il vino si produce con grande attenzione alla qualità ed i risultati si sentono al palato. Le etichette dei vini Giacomo Mori ricordano vagamente quelle dei cugini francesi, sebbene preservino l’autentico gusto del Chianti Docg.
10471789_778948855472667_780631195_nSi accede alle grotte di invecchiamento da una porticina sul retro della cantina e si scende una scala stretta e sdrucciolevole per arrivare alla prima sala. L’ambiente profuma di mosto e trasuda di umidità che rende le pareti in roccia lucide sotto la tenue luce dell’unica lampada posta al centro della stanza. Si continua la discesa attraverso due sale altrettanto lunghe e fiancheggiate da ordinate file di barrique. La temperatura è fresca e stabile sui 12° con piccolo oscillazioni tra estate ed inverno. Giacomo Mori si muove con dimestichezza lungo il tracciato, mentre io sono affascinata da questo ambiente tra il romantico ed il decadente, finché non intravedo un ampio portone ed i rami degli alberi che vi si parano davanti. Senza neppure accorgercene siamo scesi a circa 300 metri sotto il livello dell’ingresso e siamo sbucati nel bosco sottostante. DSC07126Quando Giacomo richiude l’antico portone in legno, è come se sigillasse l’ingresso di una caverna miracolosa. Mi trattengo ad ammirare la natura circostante, quasi tentata dal ripetere le parole magiche di ‘Apriti sesamo’. La vera scoperta avviene poco dopo nella sala degustazioni dove possiamo finalmente assaggiare i fiori all’occhiello di questo produttore, dal già ricordato Chianti al pregiato Clanis, 100% merlot in purezza. Mi porto a casa anche una tanichetta di olio… buono quanto il vino e pressato in un antico frantoio del 1600.
La Cantina Dé Ricci o Del Redi si trova in pieno centro a Montepulciano, salendo per la tortuosa strada principale che porta a Piazza Grande. In effetti sembra strano dover salire per poi riscendere nelle viscere del paese, ma così è. L’ingresso delle cantine coincide con quello dell’antico Palazzo Ricci, la cui famiglia ed eredi vissero in epoca rinascimentale. Le ‘segrete’ del palazzo, dalle alte volte scavate nel tufo, celano una storia antica di secoli. Man mano che seguiamo le indicazioni per la cantina, si apre uno spettacolo di roccia, volte, legno che ci fa apparire piccoli gnomi, viste le enormi dimensioni dei tonneaux e l’altezza dei soffitti. 10401779_563653830412178_815875461_nFinché si arriva all’ultimo corridoio che da una parte prende in salita verso una porta a vetri, ingresso delle sale degustazione e dall’altra ci svela l’ultima bellezza di questo luogo di arte e storia. Un sala circolare con un soffitto a volta ed un pozzo al centro. Pare che gli Etruschi avessero scavato la grotta ed il pozzo ed utilizzassero la sala circolare anche per riti religiosi. Successivamente i Romani presero possesso delle antiche grotte ed i cristiani le utilizzarono per le proprie cerimonie, vista la presenza dell’acqua. Insomma, sembra impossibile, ma stiamo camminando dove un tempo camminavano i nostri avi e ci accingiamo a bere il vino ancora oggi invecchiato in botti del ‘500. 10431991_819908274688955_1484306528_nCredo di aver capito perché le cantine Dé Ricci si sono guadagnate la definizione di più belle cantine del mondo e credo anche di intuire perché la produzione della saga cinematografica di Twilight, ha scelto questi luoghi per girare alcune scene tra i suoi cunicoli tenebrosi.
A completare l’opera non ci resta che degustare i vini, proposti con grande generosità ed ospitalità da Francesco Redi, attuale proprietario e viticoltore. La produzione spazia dal Chianti, al Supertuscan, al vino nobile di Montepulciano, ma è con Briareo che si merita la medaglia d’oro. Si tratta di un Nobile di Montepulciano Riserva 2008 d.o.c.g, detto Briareo dal gigante con cento braccia e cinquanta teste, per l’eccezionale processo di maturazione ed invecchiamento che prevede 12 mesi in barriques di rovere francese, 12 mesi in tonneaux di rovere francese, 12 mesi in botte di rovere di Slavonia seguiti da 8 mesi di affinamento in bottiglia. Per palati esperti, ma da provare!
Ringrazio il blog tour #thisisyourtime #slowlivingvacations ( potete leggere altri contributi qui http://www.thisisyourtime.org/) per avermi dato la possibilità di visitare queste cantine e soprattutto di conoscere artisti del vino così appassionati e sinceri nell’ offrire l’umile, per così dire, risultato delle loro fatiche.