Quando la fame c’era anche da noi…

Il gradito ritorno di un nostro Gustaviaggiatore: Enrico Zoi

Dal cassetto dei ricordi mi è affiorato un racconto, forse una leggenda o una di quelle storie che fluttuano nell’aria e, come i corsi e ricorsi, ogni tanto riaffiorano dopo giri immensi. La location è Antella, un piccolo borgo, un gioiello alle porte di Firenze: qualcuno, fra i suoi abitanti, apprezzerà questa breve narrazione, altri forse alzeranno le spalle dicendo che si tratta di un deja vu. Poco importa: ogni storia deve essere raccontata, diciamo quasi tutte, perché c’è sempre chi non la conosce…
Dunque, procediamo. Erano i tempi di Bava Beccaris e gli echi dei drammatici eventi milanesi risuonavano anche nel pugno di case intorno alla medievale e deliziosa Pieve di Santa Maria all’Antella.Antella6

Crisi economica e carenza di lavoro erano pure allora – e lo rimasero negli anni a venire – problemi gravissimi e non si respirava una gran bell’aria in paese, né nei vicini borghi di Balatro, Croce a Balatro, Balatro Rosso e Lappeggi. Talvolta, per mangiare, il piccolo furto al vicino era l’unica risorsa, e nelle poche botteghe le liste dei debitori si allungavano sempre di più. Finché non si arrivò alla primavera del 1905, anno di terribile miseria. Il calzolaio Fedro Donatti – detto Cecco del Cuculio, poiché da bambino si nascondeva sugli alberi e dietro le siepi per fischiare di nascosto, come il cuculo -, ovviamente disoccupato, e altri antellesi vollero dire basta alle durissime condizioni in cui il padronato della zona teneva la povera gente e le loro famiglie. “Cecco non era cattivo – narra lo studioso Ubaldo Bardi -, ma aveva accumulato in tutti quegli anni di miseria un livore verso il prossimo, che s’era trasformato in una fiamma oscura che gli bruciava il petto”.3.Alle sorgenti dell'Isone - Petrioli (1927)
Una sera, Cecco e sette amici fissarono l’agguato alla fattoria Ginori per un giovedì. Era primavera e alle otto del mattino l’Antella era già tutta sveglia. Con calma, in un’ora di lavoro, Cecco affilò alla perfezione i suoi trincetti, bevve un bicchiere di quel vino che aveva gelosamente conservato per una grande occasione e uscì di casa. Girò tutto il giorno, mostrandosi a tutti per far vedere che quella per lui era una giornata come le altre.
Dopo il tramonto, con la luna già alta, Cecco e Gigino si diressero verso la fattoria Ginori, mentre altri tre amici li attendevano fuori, si fecero aprire ed entrarono armati l’uno di un trincetto l’altro di un pugnale. Nel farsi consegnare il denaro, però, Cecco commise un errore ed il fattore poté vederlo in volto.
Il giorno dopo, al nostro calzolaio non restò che darsi alla macchia verso Montisoni, poco sopra l’Antella. Carabinieri e soldati, benché i “briganti” fossero difesi dai contadini e dalla gente comune, riuscirono a catturarli tutti, tranne Cecco. Poi, racconta ancora Bardi, “una sera i carabinieri seguirono la moglie di Cecco mentre andava piano piano verso Montisoni, arrampicandosi su per la viottola e la obbligarono a condurli dove era nascosto Cecco. Lui tentò di fuggire, ma lo circondarono con i cavalli. Avevano le spade sguainate e lucenti. La donna era pallida e piangeva. Lo portarono al paese ammanettato e lo spinsero su una carretta. Passò attraverso la piazza a capo chino, ma nello sguardo aveva una luce; non era un vinto, ma un ribelle contro una società che l’aveva vigliaccamente tradito”.
2.Alle sorgenti dell'Isone - Petrioli“Gli eroi son tutti giovani e belli”, cantava anni fa Francesco Guccini nella sua ‘Locomotiva’. Cecco del Cuculio – Robin Hood nostrano -, non era giovane, probabilmente non era nemmeno bello, e forse non era propriamente un eroe, ma – chissà – siamo proprio sicuri che, ancora oggi, nelle notti di primavera del terzo millennio, quando all’Antella sentiamo fischiare dietro una siepe, sia davvero soltanto un cuculo?

Enrico Zoi