La Romagna e le sue ricchezze raccontate da un rosso tenace di pianura come il Bursôn.

Viaggio tra le pieghe di una terra e di un vino che merita molto di più.

Stare in pianura non è semplice come sembra. Certo il terreno è più facile da lavorare, si fa meno fatica del saliscendi della collina ma la brezza arriva di meno, la nebbia ristagna, il caldo estivo non trova refrigerio. Eppure fin dai tempi più antichi la pianura ha portato con se l’aura del magico, un racconto di evanescenti figure che si manifestano all’orizzonte tra le nebbie invernali o i miraggi della calura estiva,  dove echi di antiche battaglie rivivono portati dal vento.

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È in un pezzo di  pianura, quella che ha come epicentro il paese di Bagnacavallo in Romagna, che nasce uno dei vini che mi regala sempre belle emozioni.
Territorio da turisti curiosi, da ricercatori dei gusti nascosti tra le pieghe delle tradizioni di famiglia, di sapori che raccontano il passato che si intreccia con il presente. In questo fazzoletto di terra romagnola  l’uva Longanesi ha trovato il modo di sfidare il clima e lo spazio temporale per regalare, a chi sa cercare, un grande rosso di pianura: il Bursôn.

Ancora mi meraviglio come nel 2018 questo vino capace di gareggiare con un re della viticultura italiana come il Brunello (e spesso, aggiungo, vincere nelle degustazioni alla cieca) sia ancora sconosciuto a tanti amanti del vino (non chiamiamoli wine lovers per favore!) che girano l’Italia in cerca di “chicche” enologiche.

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vigna di Bursôn in inverno

Il  Bursôn mi è capitato di cercarlo e chiederlo fuori dalla zona di produzione, una manciata di ettari (200 circa) divisi tra 18 aziende.  Ho sfidato gli sguardi allibiti o i nasini scocciati di cameriere e ristoratori che si sono presentati al mio tavolo orgogliosi della loro carta dei vini sempre, tranne in pochi casi, ricca di ottime cantine ma molto omologate nel gusto.

Il Bursôn sfugge a questa logica e per questo suo modo graffiante di invecchiare, di raccontare la sua terra, sincera  ma con una sua chiusura misteriosa ben nascosta sotto la sua straripante allegria, resta un vino ottimo che merita molta più fama dell’attuale.

Rosso tenace

 “Il Bursôn” era il soprannome di Antonio Longanesi che negli anni ’40 del secolo scorso notò come abbracciata alla grande quercia che sorgeva (e ancora sorge) nell’aia del suo podere crescesse rigogliosa una vite i cui frutti erano un gioioso pasto per tanti uccelli. Un’uva forte, dal grappolo compatto, con quell’unico acino verde che rimane alla fine della tardiva maturazione.

La prima vigna arrivò nel 1956 e nel 2000, quell’uva,  è stata iscritta al Registro delle Varietà con il nome di Uva Longanesi. Ma c’è voluto del tempo perché il  Bursôn trovasse la sua strada: alle soglie del 2000, precisamente nel 1997, l’enologo Sergio Ragazzini portò sul mercato le prime bottiglie. Il resto è storia, poco conosciuta ai più: consorzio per la tutela creato nel 1999 a Bagnacavallo e tante iniziative. Eppure,  il Bursôn non ha la fortuna che merita.

Colpa dei numeri

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Srrgio Ragazzini

Colpa dei numeri, come sempre accade in una società come la nostra, dove sono quest’ultimi a fare  la differenza, numeri che attirano investimenti e con questi anche la giusta comunicazione. Ma i numeri grandi il Bursôn li ha lo stesso: quasi 40g di estratto secco al litro rispetto al  28-30 del sangiovese, per non parlare della quantità dei  polifenoli totali tanto importanti per l’organismo umano.

Ormai il medagliere delle  aziende produttrici di Bursôn è ben fornito eppure questo vino forte e longevo rimane troppo spesso confinato nel suo perimetro di origine, difficilmente scavalca gli Appennini anche se vola in paesi lontani dove si guarda meno all’etichetta blasonata ma alla bontà del vino.

Il Bursôn  oggi

Due le etichette: quella Blu con un Bursôn di pronta beva più “semplice” ma non privo delle sue caratteristiche principali con un bel  frutto fresco, profumo di viola e prugna, more, mirtilli adatto a grigliate ma anche a paste al sugo e quella Nera, il grande Bursôn.
Uve raccolte in tempi diversi e fatte appassire, passaggio in tonneau per circa 2 anni che regala atmosfere preziose di grande fascino, dove le nota di prugna si fa più intensa,  matura, cioccolato, eleganti noti speziate,  tannini che evolvono magnificamente. Un vino che, anno dopo anno, si ammorbidisce senza perdere freschezza, acquistando la rotondità dell’età.

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Finalmente un vino dove il legno fa da “contenitore” e non da dispensatore di aromi, un vino dove il potenziale dell’uvaggio può permettersi di affrancarsi dalle note rustiche e addolcirsi diventando perfetto per accompagnare  sostanziosi ma eleganti piatti di cacciagione.

Parlare con Sergio Ragazzini e con Daniele Longanesi di Bursôn e dei vini meno conosciuti della Romagna è sempre un piacere. La storia non cambia ma non cambia neanche il loro entusiasmo e la voglia di raccontare. Qui si ritrova quella volontà di sperimentare senza abbandonarsi alle richieste eccessive di un mercato che  pare voler livellare anche il gusto, qui si intercetta il rapporto che corre tra l’uomo e la passione per il suo lavoro e la sua terra.
Bella sorpresa della nostra degustazione d’agosto il rosato dove il Bursôn dona a piene mani i suoi profumi insieme alla freschezza gustativa.

E se il Bursôn  è il cantastorie di questa terra romagnola con lui ci sono altri attori che ce la mostrano, altri vini e vitigni  che devono far conto con quei maledetti numeri, come Rambèla a bacca bianca o poco più in là il faentino Centesimino amato da Veronelli. Ma il re resta il Bursôn che sa invecchiare come solo un grande attore può fare.

R.C.

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