Breve diario tra Amburgo e Lubecca al profumo di marzapane e vaniglia

Da Let it be al sapore delle ‘Occasioni’ di Eugenio Montale.

È grande Amburgo: persino nel Miniatur Wunderland , il museo delle miniature, sento l’eco larga e ridondante degli spazi e delle voci della città. È un triangolo screziato Amburgo, in cui la dimensione umana si nutre della gentilezza degli abitanti e delle tante acque che l’attraversano, Elba in testa.1
L’animo e l’occhio del turista portano a casa luoghi indimenticabili, quali l’imponente Hamburger Rathaus (tutte le strade portano al Rathaus!), il municipio che guarda e ascolta dall’alto le mille formiche internazionali che lo omaggiano e gli trascorrono intorno, o l’indimenticabile quartiere portuale di HafenCity , con le sue magnetiche architetture e l’elegante mole dell’Elbphilharmonie  (per gli amici Elphie), la sala da concerto inaugurata a gennaio 2017 e accolta in un edificio che non finirei mai di fotografare , o anche il villaggio dei pescatori di Blankenese, o la Reeperbahn, strada a luci rosse del quartiere di St. Pauli, dove si trova il locale, l’Indra, da cui, il 17 agosto del 1960, partì sostanzialmente l’avventura dei Beatles .
Amburgo, il turismo, la città, il viaggio, già… il viaggio…

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Elbphilharmonie

È gustando un normalissimo currywurst  – wurstel di vitello cosparso di abbondante salsa speziata al pomodoro e curry, accompagnato in genere da patatine fritte – in un self service thailandese del giardino Planten un Blomen che qualcosa, forse un aroma inatteso, mi chiarisce il significato del viaggio, o meglio di cosa esso possa rappresentare per l’animo umano. Mi spiego. Quando entriamo in modalità turista e lasciamo le terre abituali per percorrere nuovi itinerari, non viviamo solo la semplice scoperta di un paesaggio o di un museo mai visti prima, c’è qualcosa di più e di diverso: ci guardiamo intorno con una disposizione spirituale interrogativa, ci poniamo quesiti su tutto quello che vediamo, ci chiediamo cose che a casa non prenderemmo nemmeno in considerazione. Ad alcune domande risponde il viaggio stesso, ad altre il ritorno. Intanto però noi siamo cambiati: nel nostro database interiore i punti interrogativi sono comunque aumentati. Il che significa imparare o, come minimo, muovere i neuroni nella direzione dell’apprendimento o anche solo della mèra curiosità. Tutti momenti di crescita, sviluppo e intelligenza… Intanto il currywurst è terminato!

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E poi capita, il giorno dopo, che arrivi forte e chiaro, tra un itinerario e l’altro, il segnale della fame. In orario non idoneo, però. Le undici e trenta del mattino salutano le acque scure del Binnenalster, uno dei due laghi artificiali simbolo della città, il più piccolo, che introduce al fratello maggiore, l‘Außenalster.
Qualche goccia giunge da un cielo bigio, quasi a commentare le note di Leyliam, one man band armato di bicicletta e chitarra in concerto sulle rive dello specchio d’acqua 5. E pur con i morsi allo stomaco scopro quanto il cuore caldo di Let it be o di No woman no cry possa servire: musica in sostituzione del cibo. Un gusto in più da appendere nella bacheca dei ricordi. E poi entro nel Dat Backhaus e due panini sono miei! L’orario è quello giusto, l’appetito anche… e poi e poi e poi la sera approdo alla Gröninger Privatbrauereie, mentre mi dispongo alla felicità della vita grazie all’ottimo piatto misto di carne, patate e verdure Gröninger Brauerschmaus  e al litro di birra locale che ho di fronte, accanto a me un gruppo di scanzonati amanti della plurimillenaria bevanda mi sorprende ancora con Let it be: è proprio vero che tout se tien e che we all live in a yellow submarine…
E siamo già al giorno dopo. La location è la Hamburg Hauptbahnhof, la stazione centrale. La destinazione, la vicina Lubecca.
Il Franzbrötchen – specialità amburghese, consistente in un dolcetto a base di pasta lievitata, farcito con zucchero e cannella – gentilmente offerto dalla figlia e addentato sul regionale che ci sta conducendo alla città natale di Thomas Mann e Willy Brandt, la famiglia riunita, il sole che attraversa raggi e catene delle tante biciclette presenti sul treno, il rollio generato da scambi, curve e binari, tutto ha il sapore delle ‘Occasioni’ di Eugenio Montale.

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Holstentor ,

Lubecca mi accoglie con la sua porta, la scenografica Holstentor , e mi sento come in una favola targata Disneyland. Mi aspetto quasi Biancaneve, anche se sono in città, poi trovo il mitico marzapane dello storico Cafè Niederegger  e faccio fatica ad allontanarmene per visitare il bel Rathaus cittadino. A cento anni dalla rivoluzione di ottobre e a qualche decennio dalla mia gioventù più o meno di lotta, aiutano nel distacco le commoventi note delle canzoni russe di tre coristi di Rostov ‘in scena’ lungo una delle strade principali del centro.

Scendo quindi sotto il Rathaus, nel Ratskeller zu Lübeck  e cerco l’essenza delle terre e dei mari del Nordeuropa nel FishPlate “North Germany” . 11E la trovo anche, né la sensazione del traguardo raggiunto viene turbata dallo sconcerto che si accapiglia su una tavola non apparecchiata, eppur a suo modo regale, quando scopro che il mio ottimo piatto di pesce, in buona parte crudo, è servito con patate (fritte nel menu, arrosto nella realtà) e bacon!
Lubecca – bella, solare, ventosa, emozionale – finisce in tre quarti d’ora di treno là dove ricomincia Amburgo, scolpita dal temporale e dall’arcobaleno. I mattoni rossi dei palazzi e delle chiese della città anseatica divengono così lo sfavillante turbillon della Hamburg Hauptbahnhof, con il suo patchwork di fast food etnici: la scelta della cena dipende solo dalla stanchezza dei piedi del gruppo vacanze famiglia e dal primo posto libero, casualmente offerto dal punto di ristoro siriano, dove, in quel variopinto open space mangereccio in cui ci troviamo, placo i morsi dello stomaco – lievemente turbato nel pomeriggio da un mediocre gelato alla vaniglia in quel di Lubecca – con i falafel. Per una sera possono bastare.

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Passano i giorni, il viaggio prosegue e a un certo punto scopro che – in fondo e per certi versi e non per altri – pure la pizza, da sempre per me un’immancabile certezza, può essere un’opinione. Anche qui, mi spiego: la pizza come la intendiamo noi, almeno in apparenza (ma non avendola assaggiata non posso giudicare), si trova spesso. Ma questa è un’altra storia: nell’elegante e residenziale quartiere situato tra Altona e Othmarschen, non lontano dal Desy (Deutsches Elektronen-Synchrotron) , centro nazionale di ricerca scientifica sulla fisica nucleare, tra gioiellerie, centri estetici, banche, villette e asili incontro il Cafè Elb Wein , dove scopro il flammkuchen, una sorta di piacevole pizza tedesca con una base di sottile impasto lievitato, ricoperto di solito con cipolle, pancetta e una crema a base di panna acida e erbe (su tutte l’erba cipollina). La scelta cade su quella al gusto dei gamberi del Mare del Nord.
Nella consapevolezza di aver narrato solo una piccolissima parte dei luoghi, dei sapori e delle luci in cui, insieme alla mia famiglia, mi sono felicemente imbattuto, il diario amburghese si chiude nel quartiere etnico e alternativo di Sternschanze, nel distretto di Altona, con una cena al ristorante pakistano Balutschistan, le cui pietanze speziate (serata all’anatra per chi scrive) e le cui docili nebbioline si confondono, dopo il tramonto, con i sentori alla spina della Braugasthaus Altes Mädchen, una delle migliori birrerie della città.
La notte è piccola e grande ad Amburgo e su tutto dolcemente incombe il profumo della quasi onnipresente vaniglia…

ENRICO ZOI

 

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currywurst

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